Lettera alle società

•20 Ottobre 2008 • Lascia un Commento

Cari amici,

 

come sapete mi candido alla Presidenza FIBS: una decisione nata da molteplici motivi, tra i quali devo menzionare: il totale fallimento del Progetto Quantità e altresì dei progetti Verde-Rosa e Verde-Azzurro (che come unico beneficio hanno portato all’aumento considerevole, direi abnorme, del numero dei tecnici: un’operazione, tutto sommato, che odora forte di geopolitica); l’estremo impoverimento dei Campionati Ragazzi (Allievi, Juniores, ecc.); la crescente e preoccupante sparizione di squadre e società dalla scena sportiva; e più in generale: il senso di smarrimento mostrato dall’attuale dirigenza nei confronti di una situazione in cui – ormai è chiaro – sembra venuta meno la comprensione delle reali finalità di una federazione sportiva, ciò che ha portato alcune società a sollecitare la mia candidatura.

Ecco: una federazione è fatta innanzitutto dalle società, non può essere un organismo sopra le parti che decide e programma autonomamente le sorti dello sport (è il mio pensiero: lo affermerei anche se l’attuale dirigenza ci avesse condotto al trionfo invece che allo sfascio). Per questo io vedo attualmente un estremo bisogno di trasparenza e di collaborazione, e intendo investire – qualora fossi eletto – su questa strada: non si può chiedere il supporto delle società sportive escludendole di fatto dalla gestione degli interessi che sono principalmente i loro. Nella mia visione delle cose il rapporto tra società e Federazione deve tornare a livelli di mutuo e fruttuoso intendimento: ciò significa, al momento, ripristinare il valore attivo delle società nelle ottiche e nelle dinamiche decisionali, non solo ogni quattro anni per la consueta vendemmia dei voti: parlo dell’assegnazione di un Consigliere Federale a ogni singolo campionato, quale responsabile diretto e interlocutore di riferimento; parlo della riprogrammazione dei singoli campionati con il consenso e il supporto delle società di pertinenza; parlo insomma di un’assunzione di responsabilità diretta e comune, quanto di più lontano dalla retorica trionfalistica degli ultimi anni, quella per cui anche le sconfitte più cocenti vengono ribaltate e servite all’opinione del pubblico come straordinarie vittorie.

Sembra infatti che questa Federazione, almeno per come è configurata attualmente, sia sempre impegnata su mille fronti diversi: questa mole spaventosa in realtà non esiste, è un colosso d’argilla fatto per impressionare, è l’effetto di un’arte che funziona bene quando nessuno capisce. Quell’arte è la confusione, e come ogni arte della confusione teme soprattutto la chiarezza. E’ un fatto strutturale. L’attuale dirigenza si destreggia abilmente in una selva di tornei che vedono impegnati sempre gli stessi giocatori, è a suo agio con le cose complesse, poi però annaspa nella semplicità, boccheggia nella chiarezza. Non credo sia più sopportabile.

Ritengo che sarà utile ripartire dalle radici, dai giovani e dalla promozione – l’ho spesso ribadito: affrontare nuovamente, con atteggiamento meno superficiale il discorso Scuola, puntare a una penetrazione attiva del tessuto scolastico e di quello famigliare: l’obbiettivo è la creazione di nuove società che non siano un onere per i genitori coinvolti. Se l’attuale dirigenza non ha concluso molto è forse perché ritiene, erroneamente, che il fatto di occuparsi dei propri figli avvicinandoli alla dimensione dello sport non sia un valore di per sé. Questo supporto fondamentale è stato scambiato per un disvalore, l’equivalente di una “tassa” da pagare, e così è diventato l’intoppo di una catena mercantile il cui insuccesso – vedi Olimpiadi – è sotto gli occhi di tutti.

Non passi come facile ottimismo la mia convinzione che al peggio si possa sempre porre rimedio: è anche vero che il buono si può sempre migliorare. Major League e Accademia sono due occasioni che non basta inseguire o perfezionare, se restano isolate nel loro preteso splendore, un po’ come i galloni sull’uniforme. Soprattutto in merito all’Accademia il mio primo proposito riguarda ancora la chiarezza, su entrambi i fronti della gestione amministrativa e delle scelte tecniche. Non ho mai nascosto la mia preoccupazione per lo stato di languore in cui versano Baseball e Softball nel nostro paese: condivido la politica sui giocatori italo-americani, italo-venezuelani, italo-cubani (italo-giapponesi perfino), ma devo constatare che la nostra “scuola italiana” sembra rimasta al palo: c’è bisogno di una politica che incentivi la crescita delle società, perché soltanto a una crescita numerica può far seguito una crescita tecnica (le nuove società non dovrebbero pagare per almeno tre anni l’iscrizione ai campionati giovanili e le tasse gara).

Queste sono le linee guida del mio progetto per la Federazione: giovani, innanzitutto, e supporto alle società.

Un’ultima considerazione: il clima che si respira nel nostro sport è quello di un potere decadente e compiaciuto, innamorato di se stesso e della propria immagine, quasi la dirigenza attuale si sforzasse di mantenere intatte le insegne, spolverando alla meno peggio i soprammobili: quel clima inerte in cui solitamente le piccole dinastie preparano la successione. I segni ci sono tutti: la stirpe la conosciamo, i successori sono già designati. Questo fatto potete accettarlo, e inviare deleghe che qualcuno gestirà in maniera indecifrabile, oppure presentarvi a votare, e interrompere la dinastia. Potrebbe essere l’ultima occasione.

 

un caro saluto

 

Antonio “Tonino” Micheli

Egregio Sig. Luschi

•10 Settembre 2008 • 5 Commenti

Lei mi scrive: “spero che vorrà illuminarci”, ne deduco che parla per conto di qualcuno, a meno che quel plurale non sia – come temo – un plurale di maestà, di quelli che si usavano nelle lettere ancora per buona parte del secolo scorso. Non trova stupefacente che un oscurantista del suo (modesto) calibro, malmesso riguardo alla pratica dell’ironia, venga a domandare l’illuminazione?

Lei “evidentemente” ignora, o finge d’ignorare, che il sottoscritto è stato alieno a qualsiasi incarico dirigenziale in questa Federazione durante gli scorsi sette anni. Lei “evidentemente” dimentica, o finge di dimenticare, che la mia candidatura alla Presidenza segue una sollecitazione da parte di alcune società. Lei “evidentemente” sorvola su alcuni articoli in cui ho discusso le prospettive salienti del mio progetto. Lei “evidentemente” è uno di quelli che decantano la sconfitta con la Spagna come una grande vittoria del Baseball Italiano.

Be’, per la verità io ne ho abbastanza della gente come Lei. Che anche questo, per favore, Le sembri “evidente”. Avete raggiunto l’orlo del bicchiere, non avete che (poche, ripetitive) parole di goffo sarcasmo, procedete a forza di insipide provocazioni. Sembrate bambini preoccupati che qualcuno tolga loro il giocattolo.

Facciamo così, da uomo di campo, Le dico qui l’unico punto del mio programma elettorale: disinfestare questo sport dalla NOIA in cui lo avete immerso.

Due risposte veloci veloci

•2 Settembre 2008 • 2 Commenti

Caro Schiroli, come è d’abitudine oggi in questo paese malandato, vieni a scrivermi che sarei libero di sottolineare i tuoi eventuali errori ma non di mettere in dubbio la tua “serietà e professionalità”. Vedi, Schiroli, è questo il dramma che affligge lo sport, il mercato, le imprese, il paese tutto, insomma. Che io non possa contestare la professionalità di qualcuno è un limite inaccettabile, devi rendertene conto. Cosa vuoi che ti contesti? Il taglio di capelli? Le preferenze musicali? Tu vorresti ridurre un confronto politico e tecnico a quali argomenti? Al fatto che a te piace la Pepsi e a me la Coca Cola? Interessante. Purtroppo non sono le tue predilezioni ovvero le tue opinioni che metto in dubbio. Io ho messo in dubbio il tuo lavoro. E quale ambiente di lavoro è quello in cui nessuno deve per principio mettere in dubbio la professionalità degli altri? E’ l’ambiente che, senza soffermarsi minimamente sulle osservazioni altrui, s’inalbera immediato a DOMANDARE SCUSE. Be’, le mie te le puoi scordare. Scuse per cosa? Per aver parlato di lavoro e di come si lavora? Ma per favore. Prova tu a chiedere scusa per la tua presenza in questa Federazione, perché no? Sicuramente lasceresti un bel ricordo. Prova a fare come me: cerca di restare indifferente all’invidia e alla gelosia, e non ti piccare quando ti tirano un po’ le orecchie.

Caro Giusti, ti aspetto all’assemblea elettiva per l’esposizione articolata del programma, di cui hai avuto anticipazioni e argomenti sul blog (vedi Promozione & Sviluppo).

Miseria e nobiltà

•1 Agosto 2008 • 4 Commenti

Trascuriamo il fatto che al Campionato Under 22 partecipano nove juniores – gli Under 22, si sa, non è che crescano sugli alberi: evidentemente con la maggiore età queste ragazze sono invogliate a cambiare sport… Trascuriamo il fatto che le stesse juniores andranno in Germania per l’Europeo. Trascuriamo tutto, anche la domanda di fondo: se dobbiamo insomma cercare i talenti o provare, ogni tanto, a vincere qualcosa. Trascuriamo, amici, gli esiti dell’ultimo Europeo ragazzi di baseball. Facciamo finta che la crescita dei paesi dell’est in questo sport non rappresenti un arcano per noi menti sublunari, costrette fatalmente a chiederci se siano “loro” a essere diventati improvvisamente fortissimi, o piuttosto noi a non saper più giocare…

Parliamo invece di certezze, parliamo delle consolanti certezze che vengono esposte in questi giorni dalla dirigenza FIBS. Parliamo di elezioni, termine che sembra tuttora provocare un certo fastidio, nonostante la cosiddetta “campagna mascherata” di cui abbiamo già dato qualche notizia su questo blog. Pensavo onestamente che la stima di un 40% di voti possibili per la mia candidatura fosse, come dire… un punto di partenza, una base da ampliare e rendere ancor più solida. Ahimé, sbagliavo. L’Uscente dichiara di avere la certezza assoluta di un buon 70% di voti. E l’Uscente, come è noto, non ama le critiche, figuriamoci le contestazioni. Così ho dovuto prendere per inconfutabile il suo calcolo. Questa cosa non ha spento i miei sogni riformatori, sebbene abbia distrutto la mia fiducia nell’aritmetica.

Mi sono chiesto come fa un’ipotesi statistica a diventare una verità oggettiva senza il sostegno di un apparato ad hoc. La risposta è sempre la stessa, da secoli: non serve che una massiccia propaganda e una gestione clientelare di certi poteri. Guardate l’uragano che si è abbattuto su Doubleplay in seguito alla decisione di non trasmettere Nettuno-Bologna. Le accuse di “clientela” sono piovute sul Communicator Riccardo Schiroli: io le ho lette, e devo dire che l’impressione generale è stata come di un fondo melmoso, di fanghiglia in cui qualcuno si dibatteva per non restare invischiato. Ora non è un caso che queste critiche a un modello gestionale colpiscano direttamente il Responsabile della Propaganda. Perché la Propaganda non è la Comunicazione, e gli italiani, che la propaganda l’hanno inventata, sanno ancora – più o meno – riconoscerla. Sarà questo vento d’indignazione a portare nella sacca dell’Uscente il suo 70% di voti? Non lo so. Mi limito a considerare un problema che molti sembrano ritenere remoto, ininfluente, ma che a me pare sia nascosto nel fondo della questione: ma come può, chi non ha fatto alcuna esperienza nell’ambito delle società sportive, impostare una politica che ne capisca davvero le reali esigenze? Una politica equa, sana, cui affidare le sorti di un movimento sportivo nel suo insieme? Credo insomma che i difetti di gestione, chiamiamoli così, siano imputabili alla formazione stessa di un apparato dirigenziale, siano ad esso connaturati geneticamente. Come un timbro, o un’impronta. Bisogna solo chiedersi: è questa l’impronta che vogliamo? E’ ancora questa?

Senza parlare della questione “immagine”. E’ noto: uno sport produce una buona immagine se certe regole sono rispettate. Salvo incredibili paradossi (anch’essi per la verità molto italiani), come quando abbiamo vinto il Mondiale di Calcio durante la disastrosa estate di Calciopoli. In quel caso l’immagine si è come “piegata”, distorta in due differenti segnali: da una parte l’apparato, corrotto, nella sua meschinità, nella sua volgarità. Dall’altra lo sport, quasi a staccarsi da tutto il resto, quasi come un canto del cigno dei valori ch’esso incarna, con gli atleti e il loro premio.

Per noi è molto diverso: dato che ormai non si vince più nulla, non ci resta che la tristezza di un apparato giunto al suo apice,. Volete un esempio? Sappiate che l’Uscente, infine, andrà a Pechino. No, non vi entusiasmate, non siamo stati ripescati. Nessuno va a giocare. L’Uscente va a Pechino in veste di Commissario IBA. Che è come portare Federer a Wimbledon per fargli fare il raccattapalle. Mi perdonerete il paragone. La domanda è se l’Uscente vada a Pechino perché ostinatamente incline alle passerelle: ma quanto poco vale, l’”immagine”, a questo punto?

In risposta alle domande di Enrico Luschi

•10 Giugno 2008 • Lascia un Commento

Caro Sig. Luschi, mi scuso per la poca tempestività nel rispondere. Cercherò, per farmi perdonare, la maggiore stringatezza e precisione possibile.

Quanto alla prima questione, risponderò con un’osservazione a carattere generale: questa Federazione continua a creare commissioni per coinvolgere le stesse persone da sempre, e anche nuove, per far numero, onde coprire tutte le regioni italiane. Un numero di dirigenti incalcolabile. Non se ne esce più. Personaggi che fanno parte di tre, quattro, cinque commissioni. Cosa abbiamo risolto da sette anni a questa parte, con tante commissioni? Campionati ieri da dodici squadre, poi da otto, poi di nuovo a dodici: quali sono i motivi? Bisogna accontentare qualcuno o si tratta di semplice confusione? E’ contro questa logica dispersiva che la sua domanda s’infrange e non può trovare risposta degna prima che venga cambiata radicalmente la situazione.

La mia squadra in caso di vittoria: dichiararla equivarrebbe a sottoporre gli ipotetici membri a un’impiccagione sportiva, forse prematura.

Lega delle società: non esiste “de iure”, esiste “de facto”, per chi vuole aguzzare la vista…

Quanto agli oriundi: siamo ai varchi di una società ormai multirazziale a tutti gli effetti. Il problema degli oriundi in termini sportivi dovrebbe innanzitutto riguardare il loro valore.

Vedo poi alcune domande a carattere diciamo “provocatorio”, che però contengono spunti interessanti: intanto l’attuale Presidente non utilizza una limousine da 70.000 € ma, da sette anni, una banalissima Mercedes 270; quanto alla carta oro e all’”appartamento o albergo romano”: due notti a settimana, per un mese, costano certamente più di un residence, almeno in questa città dove, vorrei ricordarle, io vivo. Quindi nessuna rinuncia, ma un semplice vantaggio logistico. La “carta oro”, il cui fatuo splendore vedo che abbaglia ancora qualcuno tra i pochi che non ne possiedono una (senza offesa o riferimento particolare a qualcunol), rappresenta niente più che una facilitazione operativa in caso di viaggi, spostamenti, in Italia, in Europa e nel resto del mondo.

Obblighi per le società riguardo all’informazione: purtroppo, in democrazia, non si può obbligare nessuno, anche se vedrei favorevolmente uno scenario come quello da lei prospettato.

CNT. Argomento che mi tocca particolarmente da vicino: attualmente il CNT è l’unico organo federale che operi con competenza e capacità, con iniziative giuste e propositive sotto la guida di Giorgio Moretti. Non lo toccherei. Il CNT ha il compito di organizzare, ma sono le società che devono investire sui tecnici. Sia nel baseball che nel softball, vorrei ricordare, abbiamo tecnici italiani molto apprezzati a livello internazionale.

L’indifferenza del potere

•29 Aprile 2008 • 5 Commenti

Quinta puntata: dopo i miei ultimi interventi la ventola del potere ha ripreso a frullare, e già sembra che il suo ronzio oscurerà tutto il resto. Cerchiamo però di isolare qualcosa in questo fitto rumore ambientale.

Vi meraviglia che il Presidente Uscente, questo “uomo di baseball”, si mostri “abbastanza indifferente” alle esternazioni di un toninomicheli qualsiasi? Non vi meraviglia, è giusto.

Già questo dovrebbe mettervi in allarme, perché quando il potere non si cura più delle critiche vuol dire che da forza positiva, mutevole ed elastica, si è irrigidito nel culto di se stesso, si è trasformato in un edificio inattaccabile e presuntuoso, sordo agli argomenti di chiunque. Così avviene quando il potere diventa regime.

Non c’è censura peggiore dell’ostentazione di indifferenza. Non ti impedisce nemmeno di parlare, si limita a non rispondere, tira via dritta per la strada che si è segnata, “indifferentemente” da dove la strada conduca. Questo genere di potere, consolidato a regime, dev’essere fatalmente indifferente, dato che il suo unico obbiettivo è in se stesso.

Riporto da Doubleplay: “Non appare preoccupato, Fraccari”. “Abbastanza indifferente”. Ecco, questa è una simulazione malriuscita: come si può essere indifferenti “abbastanza”?

Nel mondo della chiarezza una cosa ti colpisce in qualche modo (anche minimo) o ti lascia indifferente. Non puoi essere “vagamente” indifferente. Il potere usa un linguaggio strambo, diciamocelo. Un linguaggio infondato, il cui rumore è molto simile allo stridere delle unghie sui proverbiali specchi dove qualcuno tenta l’ancora proverbiale arrampicata.

Il potere messo a regime diventa contraddittorio. Cito dall’articolo di Roveri su Doubleplay, dal rigo 12 al 14: “Impegnatissimo nel portare avanti progetti, programmi, contatti, trattative e anche un po’ di campagna elettorale… Non appare preoccupato, Fraccari”.
Segue il commento dell’Uscente, qualche rigo più giù: “Non sono neppure impegnato in alcuna campagna elettorale, che reputo un po’ prematura”.

Chi sta mentendo a chi? La facciamo o non la facciamo, questa campagna elettorale? Questo è quanto si chiama comunicazione ambigua. Se ha detto bene il Presidente, e la campagna non la fa, allora bacchetti l’intervistatore. Se invece è il contrario… Comunicazione bifida, sdoppiata, buona per tutti, e per nessuno.

Ora, dai pulpiti di questa comunicazione ambigua, depistante (ricordate i numerologi?), mi si accusa di “disinformazione”.

Sapete un fatto? E’ il potere che, universalmente, crea l’informazione o la disinformazione, semplicemente targandola quando uno la pronuncia. Altra millenaria strategia della censura. A parte il fatto che non sono disinformato (in cinquant’anni di carriera non ho solo arricchito il palmarès, e non sono precisamente un “uomo di corridoio”), se anche per ipotesi dovessi esserlo, il merito dovremmo darlo certamente ai meccanismi un po’ folli, un po’ contraddittori, un po’confusionari di questo potere, quando fa comunicazione. E’ come una burocrazia dell’informazione (vedi la questione delle deleghe): che quanto più è contorta, sovrabbondante e scoraggiante, tanto meglio protegge chi le sta dietro.

Non datemi del disinformato, allora, se non volete passare per disinformatori. Il Vertice che eroga informazione siete voi. E io so ancora leggere, nonostante gli abbagli delle vostre aspirazioni alla concretezza.

Ecco un’altra parola che il potere letteralmente adora: la santa “concretezza”. Ma che cos’è la concretezza? Nello sport, intendo?

Rileggiamo da Doubleplay, voglio proprio sfinirvi: “Impegnatissimo nel portare avanti progetti, programmi, contatti, trattative…”

Indubbiamente qualcuno è molto impegnato, o ci tiene a sembrarlo, quel tanto da potersi permettere l’indifferenza. Allora “progetto” è una parola della concretezza. “Programma” è una parola della concretezza. “Contatto”… be’, avete capito.

E “gioco”? Dov’è questa parola? Non è anche “gioco” una parola della concretezza?

Ahi, l’ho detta grossa! Mi ero dimenticato che “gioco” è una parola accessoria, un lumino per anime candide e disinformate, una questione laterale. Non me ne vogliano i catecumeni della concretezza.

A proposito, rileggiamo anche il parere di Claudio Banchi. Non ho capito precisamente chi parli, se il Presidente del Grosseto o l’”ex” Consigliere Federale, ma rileggiamolo: “Io ritengo che ci siano in questo momento in corso dei rapporti con la Federazione Mondiale Baseball, Federazione Mondiale Softball e con la Major League, sui quali non possiamo derogare per una crescita importante del nostro movimento. E quindi, pur non volendo screditare nessuno… è evidente che il lavoro che ha iniziato il presidente Riccardo Fraccari è un lavoro grosso, sostanzioso, importante… In base a tutto questo, ritengo che per il movimento sarebbe un errore madornale se il baseball italiano dovesse ripartire daccapo”.

Come a dire: ormai ci siamo noi, dobbiamo restare noi.

Noi, quelli dei lavori “grossi” e “sostanziosi”: c’è qualcosa di gastronomico, in questa scelta di aggettivi, ma l’idea è molto precisa: riformare è una questioncella, non possiamo perdere tempo, “dobbiamo restare noi”.

Già, sarebbe maleducato mandarli via.

Banchi vi sta dicendo che il Paese può cambiare Legislatura per diritto costituzionale, mentre la FIBS non può cambiare Presidente, per prudenza.

E questa sarebbe una dichiarazione imprudente se fatta da un politico, figuriamoci da un Presidente di Società (o “ex” Consigliere Federale?).

Il fatto è che la “crescita di un movimento” dovrebbe avvenire innanzitutto “da dentro” (gioco, promozione) e non “da fuori”.

E non si dovrebbe mai arrivare in campagna elettorale con slogan del tipo: “stiamo facendo”, “abbiamo iniziato”, “vedrete che alla prossima”. Suona come un’attestazione di sconfitta. E Banchi lo sa, tant’è che ci tiene a precisare: “…il problema che il baseball in Italia si porta dietro è un vecchio problema. Riguarda il passato. Sono stati persi vent’anni. La nostra gestione, in carica dal dicembre 2001, sta cercando a passi da gigante di recuperare”.

Dov’era Fraccari, durante quei vent’anni? Anche lui ad accusare il Presidente Notari di occuparsi troppo dell’Europa e del Mondo, e troppo poco dell’Italia? Sarebbe davvero il colmo, per chi in quegli anni era Vice-Presidente.

Oggi è concentrato sulla Major League, altro che la Bassa Lega dei nostri discorsi. Ma ascoltate l’accorato lamento di Banchi: quel Ventennio Perduto, che disastro! Non vorrà mica, il prudente “ex” Consigliere Federale, farci recuperare un Ventennio con un altro “Ventennio”?

Dai, suona un po’ comico, ammettiamolo: ANNO VIII DELL’ERA FRACCARISTA.

Questione di responsabilità

•16 Aprile 2008 • Lascia un Commento

Qualcuno mi ha chiesto della situazione federale, domandando un parere sui cosiddetti “meccanismi” e il loro possibile miglioramento. Risponderò qui, a tanti amici, con la massima chiarezza possibile.

Due argomenti pressanti: l’attività dei Consiglieri Federali e il problema delle deleghe elettorali.

Riguardo al primo, la mia visione è orientata alla semplicità: per la Federazione del futuro tutti i Consiglieri Federali dovranno avere incarichi diretti per lo sviluppo delle singole categorie (Ragazzi; Serie C; Serie B; Seria A2; Serie A1) e delle Attività Internazionali. Per ogni categoria prevedo un Responsabile che risponda del Campionato, delle Attività e dello Sviluppo. Con numeri “veri”, come si augurano tutti. Numeri verificabili, cioè “trasparenti”.

Quanto alle Elezioni: voci non confermate sostengono che si potrebbero tenere al Sud (forse Caserta?). Sarebbe un fatto interessante da interpretare, dato che la gran parte delle società ha sede nel Nord. Forse le deleghe costano meno? E’ probabile. Ma non vorrei che la scelta del luogo influenzasse troppo la possibilità di voto diretto. Le regioni a maggiore concentrazione di società sono l’Emilia Romagna, il Friuli-Venezia-Giulia, la Lombardia e la Toscana. Ecco, perché non le teniamo in Toscana, le Elezioni? O in Emilia, o in Lombardia. Questa la mia modesta proposta al Presidente Uscente.

Ma dovessero pure tenersi “al Sud”, io credo che sarebbe buona cosa, per le società, evitare la “guerra delle deleghe” e partecipare – per quanto possibile – direttamente a queste Elezioni.

E’ uno sforzo che varrebbe la pena di fare, uno sforzo costruttivo che bilanci una certa politica del “terrorismo”: la conoscete bene, quella politica, ci siete abituati, consiste nel dipingere tutto a toni foschi, nel “pompare” le preoccupazioni, in modo che poi basti poco, ma davvero poco per accontentare chicchessia. Io, per me, la chiamo la politica delle “pacche sulle spalle”. Funziona così: prima ti spavento, poi ti mollo la pacca, e intanto ti sussurro una promessa. Ma le società, a quanto vedo in giro, hanno aperto gli occhi, e alle “pacche sulle spalle” (con relative promesse) non ci credono più.

Idee per una nuova Federazione

•5 Aprile 2008 • Lascia un Commento

Qualcuno questo sport lo chiama “buffball”, con aria di scherno, salvo poi tornare alla definizione di “softball” quando gira il vento e l’occasione si fa importante (metti: una tornata elettorale). Allora diventano tutti sostenitori, guardateli: tutti là a promuovere, a rilanciare, a pubblicizzare iniziative sulle bacheche telematiche. Anche il “colore” della faccenda cambia, e dal tipico grigio smorto prende i toni più vivaci del verderosa…

I soliti numerologi di cui abbiamo già parlato. Come se il problema del ritorno allo sport da parte di una sezione determinante del corpo sociale (i “giovani”, che parola fastidiosa) fosse una semplice questione di statistiche, di equazioni non troppo complicate, che imposti due parametri e – voilà – les jeux sont faits.

Il problema, per gli abili croupiers che gestiscono il tavolo del softball, sembra proprio questo “chiudere i giochi”, tappare la discussione, quadrare i conti, oscurare la contestazione. E’ certo una bella metafora, anche se i nostri bravi croupiers non disdegnano qualche incursione nel lato pratico delle cose, e ci dimostrano che tante volte, per “chiudere i giochi”, basta non qualificarsi, senza conseguenze per nessuno. Ma parlo chiaramente di un altro genere di Giochi…

Les jeux sont faits sembra il motto, serenamente disfattista, dei nostri amici numerologi. Dimenticano il resto della frase, purtroppo, mezzi croupiers e mezzi censori: rien ne va plus. Perché il “giovane” (definizione odiosa, lo ripeto) non è un’entità matematica o un carrarmato del Risiko, che lo prendi, lo sposti come vuoi, dentro un diagramma o un calcolo a piacere. Non è un’unità di computo, ma una persona libera di preferire, per esempio, un pomeriggio al computer a una giornata sul campo. E sempre di più questi giovani a cui tutti pensiamo (quanto ci piace mostrarci preoccupati) sui campi non ci vanno. Rien ne va plus, appunto. Ma è colpa loro?

Nel mio pragmatico idealismo (quello di chi ha passato una vita a competere contro le sottigliezze dei numerologi, occupandosi più del “gioco” che delle quadrature statistiche) ho immaginato uno scenario alternativo in cui la Federazione prendesse a considerare i giovani per quel che sono, contestualmente alla persona, agli interessi, alla famiglia, alla voglia di esprimere valori anche sportivi. Ho pensato insomma a una Federazione capace di favorire le società che forniscono ragazzi allo sport, ma in cui i ragazzi possano comprendere che lo sport è soprattutto per loro. Ho immaginato il ritorno a una “cultura dello sport” che non si limita a registrare trionfalmente le adesioni. Perché, anche se fosse realmente trionfante (cioè se i numeri fossero veri), quella non sarebbe una cultura dello sport, ma una “ragioneria dello sport”, più vicina al ronzio dei computer che al fischio della palla.

“Cultura dello sport” implica il coinvolgimento delle famiglie, il dialogo, tutto ciò che è insomma organizzazione non solo di “squadre” ma di “società”. 15-20 ragazzi e alcuni genitori con incarichi dirigenziali fanno una società: svincoliamo queste società dalle tasse d’iscrizione e dalle tasse di gara, promuoviamo aiuti di ordine fattivo, sosteniamole. E’ determinante riuscire a scavalcare quel limite del 30 giugno assieme alle famiglie, per continuare i progetti intrapresi; far giocare i ragazzi (e – perché no? – anche i genitori), restituire loro il senso di appartenenza a un gruppo, a una squadra. Facilitare e premiare le realtà che riescono nell’intento. Per far questo abbiamo bisogno di persone capaci e motivate, dato che si tratta di ripartire da una base solida e non, come i distratti croupiers di cui sopra, dalle vette ideali di una grandezza ad oggi impalpabile. Abbiamo ricevuto fin troppe “pacche sulle spalle” per non renderci conto che quella grandezza è nociva ad uno sport che deve risollevarsi. Serve un senso della dimensione, nelle cose piccole, come nelle grandi (Major League e Accademia, massima attenzione ai prospetti: dovremmo cercare di rapportare le spese alle reali esigenze di sviluppo, attraverso una più misurata gestione delle risorse). La resistenza è molta, gli ostacoli posti dalle illusioni di grandezza paiono quasi insormontabili: la serie B e la serie C vanno languendo, ma chi si è posto il problema? Arso nella luce suprema dei Grandi Progetti? Può darsi. Del resto è l’anno delle Elezioni, ma sembra un medioevo. Per abbagliarci, qualcuno ha già tirato fuori l’armatura scintillante da cavaliere senza macchia. Che è vuota, come tutte la armature.

Quelli che danno i numeri…

•6 Marzo 2008 • 5 Commenti

Quella del prestigiatore è una professione legata all’amore per i numeri, alla versatilità dei numeri, che spesso concede la possibilità di giochi tra i più strabilianti: insiemi, statistiche, percentuali; il numerologo, nel senso magico, esercita un’arte del coprire, il suo gioco di prestigio solitamente consiste nell’abbagliare.

Pitagora, che i numeri li ha per così dire inventati, amava parlare del loro “splendore”.

Ma esiste una numerologia sana, convincente? Se esiste, è quella che svela le simmetrie del mondo, illuminando i rapporti matematici che lo governano. Eratostene, Fibonacci, Avogadro, Planck. Poi c’è un’altra numerologia, il cui ambiente naturale è l’illusionismo, il baraccone della propaganda. Uri Geller, il mago Silvan… Ciò che contrassegna questo tipo di numerologia è l’impressione di cieca fiducia nei propri risultati, l’assoluto senso di autorità col quale ci vengono consegnati, l’infrangibile presunzione di certezza che li avvolge, e che dovrebbe abbagliarci. La forza di questo metodo sembra inoppugnabile, ma sottintende qualcosa di ridicolo: chi lo adotta, come uno scudo, semplicemente suppone che nessun altro sappia contare.

Vediamo qualche esempio nostrano: 40 squadre iscritte ai Campionati Nazionali Giovanili. Non c’è che dire, gran numero, bello tondo. Comprendo l’entusiasmo da raccolto pingue mostrato dal Presidente Uscente. Andiamo nel dettaglio: 10 team negli under 16, con l’Italia che si ferma a Nettuno. 16 team negli under 14, con tre squadre al Sud: Matino, Catanzaro, Paternò. 14 team negli under 12, una sola squadra nel meridione. Nel softball, 2 squadre under 15. Già a questo punto l’entusiasmo dovrebbe smorzarsi. Ma negli ultimi anni siamo stati troppo impegnati a discutere d’Accademia e Major League, parlare di “gioco” sembra passato di moda. Tant’è che l’Uscente gongola, specchiandosi dentro un’altra serie di numeri da lasciarci tutti a bocca aperta: i tesserati sono in crescita vertiginosa. Da 18611 a 26115, con un aumento del 40% (il 40 deve avere un significato esoterico, per qualcuno, io mi limito a registrarne la ricorrenza). Le società sono passate da 428 a 435. Stiamo parlando di settemilacinquecento nuovi tesserati, che hanno prodotto il mistico numero di… sette società.

Sul sito della Federazione apprendo l’esultanza di Eugenio De Bon, Presidente del Comitato Regionale Piemonte – un ex-arbitro, come l’Uscente – perché le loro squadre sono passate da 29 (nel 2002) a 63, con 380 gare solo nella scorsa stagione. Dunque il Piemonte è una fucina di giocatori. Una fucina di giocatori? Lasciamo stare. Del resto, non conosco personalmente il signor De Bon, la mia perplessità si limita ai numeri finora esposti.

Le domande sarebbero tante, sempre che non debbano infrangersi contro il coriaceo “mi spezzo ma non mi spiego” degli accaniti numerologi: chi cura la promozione e lo sviluppo in Italia? Qualche numero, please. Come si fa a staccare i ragazzi dalle consolle, da Internet, e portarli sui campi? Numeri, per favore, e non quelli dei trapezisti. Chi mi spiega la mancata qualificazione di baseball e softball alle Olimpiadi? Non avevamo i numeri giusti?

A questa effervescente invasione numerica, corrisponde d’altra parte una serenità di facciata che mi lascia stupefatto. Prendiamo la questione della Nazionale Seniores di Softball. Leggo, sempre sul sito FIBS, la strategia per l’Elite Cup di maggio: “la porta è aperta anche alle veterane che si metteranno in mostra durante il campionato e che sposeranno il nostro progetto”. Qualcuno mi racconti questo progetto. I toni sono quelli della celebrazione soffusa, Tirrenia sembra un ritiro pastorale, una lieta parentesi bucolica, con Marina Centrone che “coccola con gli occhi un gruppo nuovo, su cui ripone grandi speranze per continuare un ciclo vincente”, e poi si allontana, perché, cito ancora: “ci deve lasciare. E’ il momento di salutare le ragazze… e di dare l’appuntamento a domani. Per fare un altro passo avanti per la costruzione della nazionale del futuro”.

Anch’io saluto, per ora. Commosso, ma non convinto.

Ancora sul diamante

•12 Febbraio 2008 • 5 Commenti

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Cari amici,

la mia candidatura alla Presidenza della FIBS è innanzitutto una scelta affettiva: chi mi conosce sa che per anni ho dedicato al baseball – come giocatore – e al softball – come tecnico e dirigente – le mie migliori energie e tutta la mia passione di uomo.

Dal 1980 ho vinto nel Softball sei Scudetti e una Coppa dei Campioni; nel 1989 ho assunto la guida della Nazionale, vincendo in dodici anni quattro Campionati Europei e partecipando a tre Mondiali e un’Olimpiade (Sidney 2000).

Faccio l’imprenditore dal 1968, e nelle mie aziende ho sempre dedicato molta attenzione al settore Promozione e Sviluppo. Oggi, a sessantadue anni, con un cinquantennio di carriera sportiva sulle spalle, ho ancora voglia di mettermi in gioco, insieme a voi. Una nuova battaglia? Se battaglia vogliamo chiamarla, sarà quella dell’essere contro l’apparire, della vivacità dei fatti contro la ruggine burocratica, dalla parte dello sport, contro l’immobilismo della chiacchiera: per la creazione di nuove Società, per lo snellimento delle Commissioni, per l’impegno alla promozione, in particolare verso i giovani e i giovanissimi.

Tre punti chiari da cui ripartire tutti insieme, per chi confida nella forza della semplicità e dell’esperienza, con un grazie a quanti mi hanno già manifestato il loro sostegno. Grazie, soprattutto, al loro entusiasmo, che rinnova continuamente il mio.

Antonio Micheli